Quando consultare uno psicologo? Domande e risposte

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Quando consultare uno psicologo?

 

Quando è il caso di consultare uno psicologo?

Ci sono diverse strade che possono portare una persona a iniziare dei colloqui psicologici: un malessere o un sintomo, una situazione di vita difficile che richiede un cambiamento, un futuro da progettare, un mondo interno che si sente l’esigenza di definire. In termini generali è corretto rivolgersi a uno psicologo in tutti quei casi in cui ci si rende conto che l’ordine del problema non è né di carattere puramente medico né di carattere concreto e materiale.

 

Come ci si deve porre durante un colloquio?

Il mio consiglio è di rivolgersi a uno psicologo sempre con fiducia. Durante i colloqui è bene deporre ogni maschera e narrare la propria storia senza tacere nulla. Il miglior modo di porsi è con naturalezza, con semplicità e sincerità, rispettando le regole e nutrendo per il professionista quella giusta quota di fiducia che serve al trattamento. Bisogna sempre tenere presente che quando una persona è sincera non lo è nei confronti dello psicologo, ma lo si è rispetto ai propri contenuti psichici. La sincerità è un dialogo interno, lo psicologo è solo un tramite. La sincerità è un’apertura rispetto al proprio mondo. So perfettamente che, rispetto a contenuti traumatici di un certo tipo, questa apertura non può essere immediata ma va costruita. In ogni caso, è quando si raggiunge un buon livello di sincerità, cioè quando i contenuti vengono nominati e narrati, che si entra nel vivo del lavoro.

 

Come scegliere uno psicologo?

Questa è una domanda difficile. Ci sono psicologi e psicoterapeuti di diversi orientamenti teorici, di sesso maschile o femminile, giovani o anziani, con diversa personalità e diversa esperienza, noti e meno noti. Gli psicologi sono esseri umani che, come chiunque altro, attraversano diverse fasi della loro vita privata e lavorativa. Ognuno di questi professionisti può svolgere un buon lavoro purché si crei quella che viene chiamata una buona alleanza terapeutica. Al di là di ogni differenza ciò che conta è che tra psicologo e paziente si creino le condizioni per un buon lavoro, ossia per una elaborazione-esplorazione dei contenuti psichici che il paziente porta. 

 

Ho cambiato già due psicologi. Se non mi trovo bene con uno psicologo è giusto insistere o è meglio lasciare?

Anche questa domanda mi è stata posta diverse volte. E anche in questo caso non esiste una risposta semplice capace di adattarsi a ogni caso. In linea generale non c’è nulla di male nel cambiare uno psicologo. Svolti due o tre colloqui ci si rende conto che quel professionista non è la persona che stavamo cercando, non si crea un feeling, una simpatia, un minimo di fiducia ecc. Può capitare. Ognuno di noi ha delle simpatie personali, “a pelle”. Però bisogna prestare attenzione ad un aspetto. Agiscono dentro di noi sempre delle resistenze al cambiamento, non c’è nulla di strano. Bisogna valutare se il cambio del terapeuta nasce dal desiderio di trovare condizioni migliori per una terapia o se al contrario si interrompe il trattamento perché si ha intenzione di rinunciare. Un conto è una persona che, ad esempio, cambia due psicologi per poi trovarne un terzo con cui fa un terapia lunga e soddisfacente. Un altro caso è una persona che in diversi momenti della propria vita contatta psicologi con cui non porta mai avanti la terapia. E’ chiaro che in questo secondo caso bisogna interrogarsi sulla motivazione, la resistenza, la presenza di un eventuale trauma “inavvicinabile” ecc.  

 

Vorrei tanto iniziare una terapia ma non so se posso fidarmi.

Avere o meno fiducia negli altri non ha nulla a che vedere con gli altri. Questo deve essere chiaro. Ci sono persone non degne di fiducia, questo lo sappiamo. Ma se la sfiducia nasce prima ancora di aver parlato con una persona o addirittura nei confronti di una intera categoria (gli psicologi in questo caso) allora la questione attiene al mondo interno, si tratta di una sfiducia profonda, a priori, che condiziona chi la vive, e che ignora il mondo per come esso è in tutta la sua complessità. Gli altri sono veri e reali, ma sono sempre il frutto del modo con cui posiamo lo sguardo su di loro. Non vediamo mai l’altro ma sempre quello che dell’altro possiamo vedere a partire dal nostro mondo interno. Questo riguarda molti aspetti del reale, e certamente riguarda la fiducia di cui investiamo o meno i rapporti. 

A volte quando le persone dicono sfiducia in realtà intendono qualcos’altro. A volte le persone sembrano titubanti a immergersi nei propri vissuti e ricordi. A volte la sfiducia negli psicologi maschera la paura di indagare se stessi, di cambiare il proprio angolo di visuale, di ammettere di essersi sbagliati, di rinunciare alla visione concreta e materiale della vita. 

 

Le psicoterapie sono molto costose.

Questa è la domanda più frequente. E’ la ragione principale che, a detta di molti, tiene le persone lontane dalla terapia. Moltissimi affermano che inizierebbero una terapia domani se potessero permettersela. So per esperienza che questo non è vero e che la realtà, quella psichica, è molto più complessa. La mancanza di soldi è solo un modo socialmente accettabile (apparentemente indiscutibile) per attribuire alla società la colpa del fatto che non si può avere ciò che si vuole o ciò di cui si avrebbe bisogno. Le persone che si lamentano dell’alto costo delle terapie non sanno che esistono soluzione economiche, come Wuupla, e sono certo che non inizierebbero una terapia neanche se questa fosse gratuita. Detto in altri termini, i soldi sono una scusa, nient’altro. Ma andiamo in ordine. 

Innanzitutto le terapie non sono oggettivamente costose. Chiunque abbia un lavoro, facendo qualche piccolo sacrificio, può permettersele. Non dimentichiamoci che la terapia migliora la qualità della nostra vita e delle nostre relazioni, rinsalda il matrimonio, ricuce il rapporto con i figli, facilita la capacità di esprimere le emozioni, migliora il nostro benessere, aiuta a elaborare un lutto, riduce la portata invalidante di alcuni sintomi ecc. Insomma, la terapia vale certamente qualche sacrificio. Rinunciare a questo benessere, a questa ricchezza, per qualche centinaio di euro l’anno non mi sembra ragionevole. La vera questione è sempre la stessa: la profondità del desiderio di conoscere se stessi. Con una buona motivazione si superano tutte le difficoltà.

Un altro aspetto che ci tengo a sottolineare è il fatto che lo psicologo o lo psicoterapeuta per poter offrire quel servizio ha studiato molti anni, ha fatto tante terapie e supervisioni. Pagare la parcella è anche un atto di riconoscimento della professionalità del terapeuta al quale ci si è affidati e del fatto che quel terapeuta ogni settimana ci mette a disposizione uno spazio e la sua competenza.

Per finire vorrei fare una osservazione, tutt’altro che secondaria. Non sono affatto rari i casi di persone che dopo alcuni anni di terapia vedono il loro reddito aumentare. Questo non deve stupire. Il nostro reddito, oltre che dipendere da fattori economici e sociali, dipende anche da noi, da come agiamo e ci muoviamo nel complesso mondo del lavoro. Il reddito è anche una variabile psicologica. Come dicevo, non sono affatto rari i casi di pazienti che già durante la terapia trovano un primo impiego, fanno uno scatto di carriera, passano a un lavoro più soddisfacente ecc. La terapia permette di rimuovere gli ostacoli psicologici che impediscono la realizzazione lavorativa.

A chi mi dice che le terapie costano troppo io rispondo che andando in terapia ci si guadagna!

 

Quanto dura una terapia?

Non esiste un termine che valga per tutti. La terapia è un rapporto particolare tra due persone e dipende da numerosi fattori. Io ai miei pazienti consiglio di non badare al tempo, di non preoccuparsene, ma piuttosto di soffermarsi sui contenuti che emergono. E consiglio terapie lunghe. Visto che si è iniziato il percorso, che ci si trova bene con lo psicologo, che le cose migliorano, io consiglio di andare avanti, di andare fino in fondo, di non risparmiarsi. Arriva sempre il momento in cui terapeuta e paziente concordano sulla fine della terapia. E’ anche giusto che sia così, che ci sia una fine, un distacco. Può essere doloroso ma va accettato. Ma è bene darsi sempre un certo lasso di tempo per metabolizzare il fatto che la terapia volge al termine. Perché l’ultimo tratto di strada con lo psicologo può essere un periodo molto vivace dal punto di vista psichico. 

 

Chi va dallo psicologo è matto?

Questa domanda per uno psicologo non ha alcun senso. La parola “matto” non ha alcun significato in psicologia. Lo psicologo è abituato a muoversi all’interno di certe categorie diagnostiche ma tenendo sempre in primo piano la storia irripetibile di quel paziente, della sua peculiare personalità, del suo particolare stile di relazione. 

 

Come posso incoraggiare un amico o un parente a iniziare una terapia?

Questo è uno dei compiti più difficili. Mi viene spesso chiesto da persone che hanno un familiare che sta male come possono convincerlo a iniziare a curarsi. Purtroppo è molto difficile farlo. Nessuno può sostituirsi alla volontà di quella persona. Possono suggerirlo, possono insistere, possono perfino minacciare ma i risultati di queste azioni sono sempre incerti. Anche quando un giudice impone una terapia una persona può acconsentire al trattamento, presentarsi a studio, essere apparentemente collaborativa ma in realtà, alla prova dei fatti, non produce nulla e non si mette in gioco. La motivazione è un ingrediente fondamentale per la riuscita. Io consiglio ai familiari di svolgere appieno la loro funzione, di fare appieno la moglie se è la moglie, l’amico se è un amico ecc. Questo è quello che si chiede loro. L’unica cosa che possono fare è esserci. Ma anche l’esserci non può e non deve essere incondizionato. Chi sta male, per il fatto che sta male, ha diritto a una quota maggiore di attenzione ma non infinita. Non bisogna lasciarsi strumentalizzare. Insomma anche questo aspetto apre a una straordinaria complessità!

 

Dott. Stefano Scaccia

 

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