La relazione psicoterapeutica (oggi)

La relazione psicoterapeutica (oggi)

 

I nostri pazienti oggi sembrano essere o quasi colleghi (psicoterapeuti in formazione “obbligati” a svolgere un’analisi personale) o quasi psicotici (pazienti che avvertendo l’urgenza e sentono di necessitare di un aiuto clinico). L’usanza comune è, infatti, quella di pensare che in psicoterapia va solo chi ha un problema, un forte malessere, un trauma che non riesce più a tollerare e ha bisogno di elaborare. Sicuramente in psicoterapia va chi ha un grande malessere, ma non solo. In psicoterapia va chi vuole imparare a conoscere se stesso, chi sé imbattuto in un fastidioso impasse che non lo rende felice, chi adotta delle modalità relazionali non più funzionali per sè e per l’altro.

D’altronde ciò che è rimasto non capito è destinato a ripetersi e allora perché non scoprirlo? Ogni individuo ha vissuto specifiche relazioni primarie e, a meno che non abusi dell’idealizzazione, ha colto da queste delle risorse ma anche delle vulnerabilità. Quelle vulnerabilità (più o meno riconosciute consapevolmente) risiedono dentro ognuno di noi e ci spronano a ripetere degli schemi relazionali sulla base della nostra storia (e quindi delle nostre aspettative). Siamo abituati a comportarci e ad emozionarci in un determinato modo, non sempre completamente funzionale, ma guardandoci dentro potremmo imparare a conoscere e riflettere su come e perché nascono quelle abitudini. Cosa ci riattiva quella nuova situazione che stiamo vivendo? Perché quell’evento banale c’ha fatto stare così male? Cosa significa per me l’atteggiamento che il mio partner ha avuto nei miei confronti? Perché mi comporto così? La psicoterapia fa stare meglio tutti, fa stare meglio l’individuo nelle “nuove” relazioni (di coppia, amicali, lavorative…), questo succede perché il paziente che si conosce, è un paziente che capirà cosa quella nuova relazione gli riattiverà sulla base della propria storia. Pertanto, una madre in terapia potrebbe rivedere i comportamenti del figlio tenendo a mente i suoi vissuti e creando significati nuovi, diversi da quelli da lei precedentemente sperimentati (“mio figlio forse non mi sta rifiutando, io mi sento così perché…”) e anche un figlio, futuro adulto, potrebbe rivedere i comportamenti del partner/altre figure significative come risposte diverse rispetto a quelle della propria storia (forse rispondo così al mio compagno perché mette in atto un comportamento simile a quello di mio padre… ma il mio partner è una persona differente e forse la sua intenzione era diversa!).

La psicoterapia è quindi un’importante relazione che può essere utile a ciascun individuo. Oggi dovremmo mettere da parte gli stereotipi e i pregiudizi e diffondere l’importanza della psicoterapia, ricordandoci che non è di certo elettiva ma può essere utile a tutti. Chiediamoci però anche in che epoca siamo e quali sono i pazienti più difficili al giorno d’oggi. Siamo nell’epoca dei nativi digitali e gli adolescenti risultano i nostri più ardui sostenitori. Non solo per la complessità del periodo evolutivo che stanno attraversando, ricco di vuoto e incertezza, cambiamento e confusione, ma anche perché gli adolescenti oggi vivono in un mondo diverso rispetto al secolo scorso. Negli ultimi anni, infatti, è stata sancita la vittoria dell’immagine sul linguaggio e del “tutto, subito” (la dittatura del presente). La terapia appare, quindi, non adatta a ragazzi “vedenti, non parlanti” e, ancora, sembra “troppo lunga ed impegnativa”, non essendo immediata. Stiamo forse allevando una generazione di “fragili”? Per gli adolescenti attuali è sempre stata online la vita quotidiana. Gli adolescenti creano rapide relazioni attraverso vari siti e in ognuno di questi esprimono aspetti diversi della propria personalità, questi aspetti vanno esplorati. I nativi digitali sembrano muoversi da soli, spesso, senza la consapevolezza di sapere chi sono. Hanno identità multiple, decorporizzate che possono essere aperte o chiuse come finestre di uno schermo.

Il rischio? Aumentare la fantasia dell’onnipotenza. La rete implica onnipotenza, deincarnazione, il prevalere dell’immagine sul pensiero, una dimensione simile a quella autistica. Tuttavia, per quanto lo smartphone sia diventato il terzo genitore, o forse il genitore principale, dobbiamo tenerlo a mente ma non cadere nella sola contestazione. La rete è anche un meraviglioso oggetto transizionale e oggi siamo tenuti a lavorare con tali pazienti tenendone conto. Noi clinici dovremmo, pertanto, conoscere le regole della vita online, essendo questa per gli adolescenti un’estensione della vita offline. Questo ci permetterebbe di sintonizzarci con il nostro giovane paziente (dobbiamo sapere che secondo gli adolescenti l’occhio della rete valuta la propria esistenza, “se non sono in rete non esisto”) per comprendere ad esempio la frustrazione di un preadolescente, figlio di un genitore autoritario (legato forse ad uno stile educativo tradizionale) che lo priva della rete (egli sentirà di non esistere). Noi clinici impariamo quindi a conoscere la vita online ma al contempo aiutiamo il paziente a vivere anche (non solo) offline: la vita è altrettanto vera di quella in rete. Vediamo brevemente una situazione in cui, oggi giorno, potrebbe imbattersi un clinico.

Alla maggior parte dei terapeuti sarà capitato d’imbattersi nello smartphone in terapia, è inevitabile (spesso non solo per gli adolescenti). La domanda sorge spontanea: come noi terapeuti dovremmo comportarci con un paziente che usa il cellulare per mostrarci dei messaggi o delle foto? Si potrebbe chiedergli di raccontare ciò che vuole mostrare, usando le parole per descrivere i contenuti e le emozioni per aiutarci a capire i vissuti suscitati. Il terapeuta, però, può avere paura pensando di star rifiutando la realtà (digitale) di quel paziente, non adattandosi ad essa. Questa non sarà mica l’identificazione proiettiva del paziente che non si sa adattare ad altre realtà? Cerchiamo quindi di utilizzare nel setting e nella relazione lo smartphone (e in generale la rete) come strumento a partire dal quale riflettere con il paziente e non come atto educativo da mettere fuori dalla relazione, eviteremo così di creare una relazione decontestualizzata e non al passo con i tempi. A tal proposito molti terapeuti hanno imparato ad utilizzare Skype come modalità terapeutica. Anche noi clinici quindi stiamo imparando ad inserire la rete nella terapia in modo consapevole. È pur sempre vero che il setting deve essere luogo sicuro e il setting online diventa molto più cocostruito (la connessione, la stanza, le interferenze) ma per quanto la terapia in un setting tradizionale sia preferibile, il lavoro tramite Skype rende la terapia più accessibile ad un maggior numero di persone. D’altronde dobbiamo adattarci ad un’epoca di pendolari, lavori flessibili e continui spostamenti. Teniamo a mente che la relazione virtuale è una relazione reale e, seppur in rete, risulta ugualmente funzionale e correttiva. Pertanto, il setting interno del terapeuta e quello co-costruito in rete fungeranno, come nelle tradizionali psicoterapie, da accogliente contenitore. Per concludere, quindi, la terapia può essere resa oggi una relazione a portata di tutti che può dare a ciascuno la possibilità di imparare ad ascoltare i propri bisogni, definire i propri confini, accedere a risorse inaspettate, comprendere i propri schemi ricorrenti e riconoscere le relazioni non salutari. Il lavoro della psicoterapia non è però una semplice riflessione su di sé limitata al setting, ma un lavoro che si estende al di fuori della stanza di terapia, divenendo ogni giorno una nuova opportunità per pensare a quello che è emerso nel setting.

Non è facile, però, decidere di iniziare un percorso terapeutico, da una parte, infatti, potrebbe premere la volontà di cambiamento dell’individuo, dall’altra però potrebbe venire fuori la paura del cambiamento. Non dimentichiamoci che il “sintomo” è la miglior strategia che il paziente ha trovato per sopravvivere alla sua storia e, pertanto, come disse Freud nella lettera rivolta a Ferenczi, quando i pazienti avranno “cambiato pelle” saranno terrorizzati poiché ci sarà un momento in cui saranno senza. Sarà grazie all’amore di transfert che pur cambiando pelle i pazienti non ne rimarranno totalmente privi. Pertanto è grazie alla nuova relazione (terapeutica) che tollereranno questo condizione e gradualmente costruiranno una nuova pelle, più adatta a se stessi.

 

di Martina Crisafulli

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